Quel che accade dopo…

Ascolto e cerco di stare calma.

Ma lo stomaco riconosce le parole e la nausea ritorna.

Rido amara. Io non avrei certo diritto alla guardia del corpo.

Non sono bella e poi non sono giovane…

Ma non capita solo alle giovani, non capita solo alle belle, imbecilli.

Sono passati 5 anni.

Avevo 51 anni.

Tornavo di corsa dalla spesa. Avevamo a cena amici e come al solito mi ero dimenticata del vino.

Gianni era rimasto in casa a finire di apparecchiare e curare il forno.

Non mi sono accorta che arrivavano: ho sentito solo uno spintone e mi sono ritrovata per terra vicino alle scale, nel portone buio. Le bottiglie, cadendo, si sono rotte.

L’odore del vino da quel giorno mi è insopportabile.

Erano in due. Mentre cercavo di capire e di alzarmi uno mi ha bloccato per terra,  supina, contro due gradini. Mi teneva sotto le ascelle.

Il dolore alla schiena contro il marmo è il dolore sul quale ho cercato di concentrarmi.

Nessuno parla del dolore. Nessuno parla delle ferite che non si possono medicare, dei lividi che ti passano solo dopo settimane.

Nessuno parla di come ti senti “rotta” dentro e fuori.

Di come rimani sporca per mesi, e continui a lavarti, a non poterti guardare allo specchio se sei nuda…

La prima volta mi sono sentita  squarciare, come se mi aprissero il ventre. E poi quella puzza addosso, quel fiato sempre più corto, quel calore viscido e appiccicoso che cola fuori, la schiena schiacciata contro il gradino.

Pensavo: ora grido, ora grido e mi aiutano…invece dalla mia bocca non riusciva a uscire il minimo suono…

L’unica cosa che puoi fare e convincerti che non sta capitando nulla, che non sta capitando a te.

Tu sei da un’altra parte. E così io ascoltavo la mia schiena, sentivo i muscoli, le ossa…ogni singola vertebre schiacciata contro quel gradino.

Il primo ha finito subito, l’altro no.

L’altro si voleva divertire…ma era troppo eccitato. Mi ha tirato su seduta, voleva girarmi…mi sono ritrovata a carponi, sempre lì, sui gradini. Mi ha sollevato la gonna e io ho voluto morire…fa che muoia pensi…fa che muoia. Lo pensi perché sai che quello che ti sta accadendo lo ricorderai per sempre, ogni santo giorno della tua vita. Non c’è scampo.

Poi  per miracolo, dalla mia voce è uscito un grido, e un altro e un altro ancora….

E la luce delle scale si è accesa e qualcuno ha aperto la porta.

Sono rimasta lì, immobile, a carponi, con la gonna sollevata, mi sono accorta che avevo le gambe sanguinanti: i vetri delle bottiglie rotte erano rimasti sotto di me, sono rimasta immobile a sentire il portone che si chiudeva.

Poi  mi ricordo solo Gianni che mi copre con una coperta, lo sguardo di Carla…quello sguardo non lo scorderò mai. Un misto di pena e di ribrezzo.

Ribrezzo sì.

Da quel momento pensi di fare ribrezzo. Ti fai ribrezzo.

 

Perchè nessuno parla di quello che accade dopo?

 

Del terrore che ti succeda ancora…di come non riesci più a uscire di casa da sola.

Nessuno racconta di come devi ripetere dieci , cento, mille volte qualcosa che vorresti strappare dal tuo cervello.

 

Nessuno racconta di quello che accade dopo.

 

Io e Gianni forse ce l’abbiamo fatta, dopo tre anni di analisi e due anni passati a dormire con i miei incubi.

Spariti gli amici, sparite le cene…ho ringraziato di non essere riuscita ad avere figli.

Ora riesco perfino a farmi abbracciare, senza ricominciare a tremare.

Ma ogni volta che guardo i suoi occhi tristi, vorrei uccidere, vorrei uccidermi.

 

Nessuno vuol sapere  quello che accade dopo.

 

“La vittima è ora in ospedale, ma è in buone condizioni”.

Spengo la televisione.

Vaffanculo.


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