lenticchie
Non c’è più. Se n’è andata. Tutto è finito com’era iniziato. Son bastati quattro giorni. Quattro per cominciare, quattro per finire. In mezzo quasi nove anni. Come quando la vidi per la prima volta, anche l’ultima aveva gli occhiali. Occhiali diversi, è vero, ma pur sempre occhiali. Ma non ci son solo somiglianze. No. Ci sono anche tante differenze. Allora aveva i capelli lisci e lunghi, un corpo più tondo e, quando mi guardava, brillava nei suoi occhi la felicità di incrociare proprio il mio sguardo. L’ultima volta, invece, sotto la sua permanente, c’era uno sguardo spento e spaventato e tanta, tanta arida magrezza. Gli anni. Gli anni portano e prendono. Insegnano, ma creano anche vuoti ed oblio. Esperienza, si dice. Ma cos’è l’esperienza? Maturità, dicono. Ma cos’è mai la maturità?
Nove anni, quasi. E per cosa? Per andar via così? Come non ci fossimo mai conosciuti?
Pare di sì. Tutti mi dicono che è normale che sia così. È così che finiscono tutte le storie. Perché ti sorprendi?
Già perché mi sorprendo?
Nove anni per ritrovarti a stringere un telefono sotto una finestra e sentire una voce che mente e dice che non può né scendere né affacciarsi.
La sua voce, ormai tanto diversa da non appartenermi. Da non appartenerle. Da non appartenerci.
Cosa c’è da sorprendersi? Le persone cambiano. Anche lei. Anche tu. Anche io. Anch’io? Pare di sì. Anche io. Anch’io per quanto non me ne sia accorto. Solo un po’ di capelli bianchi. Ma per il resto, per il resto no, non ci ho fatto davvero caso, specie ora che son dimagrito.
Non c’è più. E senza di lei tutto mi sembra più freddo. L’acqua, il cielo, il vento. Perfino il freddo mi sembra più freddo, da farmi male nell’anima. Sicuramente questa casa. Sicuramente. Tutto sembra più opaco. Più leggero. Più vuoto. Anche questo me che scrive col sigaro in bocca e i gatti attorno a chiedermi cibo, sempre più cibo come se il cibo, da solo, non bastasse più a saziarli.
Il primo giorno, quando ci siamo conosciuti, lei mangiava lenticchie. Era nella mensa studenti. Era lì coi suoi occhiali e il cucchiaio in mano. Due occhi grandi e tristi, i capelli lunghi trattenuti indietro da una pinza da mercato. Tutta la vita davanti. Tutta una vita davanti. Una vita che avevamo giurato di passare insieme, dopo aver fatto all’amore per tre giorni e due notti, piangendo per la gioia di esserci trovati.
Ma il tempo passa. Il tempo. Porta e prende. Ci cambia, il tempo. La vita che passa, quella che dovevamo vivere assieme fino a finirla, ci fa ogni giorno un pochino diversi. Fino a farci perdere o separare o sparire senza lasciar tracce o voglia di sapere dell’altro. Basta poco perché una storia finisca e, così dicono tutti, le storie finiscono più o meno sempre allo stesso modo. Finiscono con molto dolore, ingiustizie e stupidità. Non c’è quasi notizia di storie che finiscano bene.
Perché ti sorprendi? È normale quando una storia finisce. E invece io continuo a sorprendermi. Anche se da quell’ultima volta è passato tanto da non ricordarmi quasi il suo volto e il suo nome. Solo gli occhiali. Occhiali viola e permanente. Quella stessa permanente che aveva sua nonna. Non l’ho mai conosciuta, sua nonna. Era morta prima che ci vedessimo per la prima volta, in mensa, davanti al fumo delle lenticchie. Quando lei era bambina sua nonna le diceva sempre Bambina mia, quanti capelli che hai, vedrai che bella permanente ti verrà su quando sarai più grande. E lei rideva, così mi raccontava, rideva pensando che la permanente, lei, non se la sarebbe fatta mai. E invece. Invece il tempo passa. Ci cambia. Anche noi, anche noi due. Ci cambia tutti. Anche te. Ci cambia tanto da renderci sconosciuti con occhiali viola, occhi tristi e spaventati e permanente con meches.
Cosa ci è successo? Cosa ci succede? Cosa?
Non lo so. E forse è giusto che sia così. È giusto ignorare per poter indagare. È per questo che scrivo? In parte sì. Ma solo in parte. Solo in parte.
Scrivo per sentirla, dopo tanto, ancora vicina e dentro di me. Ora che davvero non ne so più nulla.
Cosa c’è dentro alle persone? Altre persone.
Tante. Altre persone, pulsioni, desideri, amore ed odio. Odio e amore. E si va via così proprio perché c’è amore ma anche odio. Tanto maggiore è l’amore, tanto maggior l’odio e la rabbia con cui si deve andar via.
L’amore finisce. Non ti amo più. Non amo né te, né l’altro.
C’è quasi sempre un altro quando un amore finisce. Un altro… almeno per uno dei due.
Ma perché finisce un amore? Perché il nostro amore è finito senza finire? O forse senza neppure iniziare. Perché?
Perché è partita subito da quell’altro che diceva di non amare?
Non ti amo più perché mi hai obbligata a non amarti più.
Ma cosa vuol dire?
Nulla. Non vuol dir nulla. Son cose che si dicono quando un rapporto finisce. È normale che sia così. È normale che si dicano queste cose.
Il nostro amore non è mai iniziato perché la prima volta che ci siamo visti era già lì, in attesa di noi. Son bastati quattro incontri per confessarcelo.
Era amore?
Forse.
E se non era amore, cos’era?
Lui, l’altro, mi fa ribollire il sangue, così m’ha detto il penultimo giorno.
Aiutami a capire se l’amo. Se amo lui, me ne vado, se non lo amo, rimango con te.
Se n’è andata perché, a parole, non amava nessuno dei due.
Se l’amore è follia, allora, almeno alla fine, lei amava.
Nove anni, quasi. E basta un adulatore qualunque per scoprire che tutto era finito da un pezzo. Tu, lui, che differenza vuoi che faccia? Già! Io, lui, che differenza voglio che ci sia?
Ma come può finire una cosa che è iniziata prima ancora che ciascuno sapesse dell’esistenza dell’altro?
A volte basta poco. A volte basta un idiota. L’importante è che arrivi al momento opportuno. E il momento, quando una relazione finisce, è sempre quello opportuno. Nulla succede per caso.
Lo strano son solo io, che non mi arrendo ancora. Che non penso che è stato meglio così. Che le cose capitano perché sì e le persone cambiano e tutto, nella vita, ha una data di scadenza. Anche le storie. Perché penso così? Perché mi ostino a sentire quel che non c’è? Cosa voglio? Cosa cerco? Chi cerco?
Lei non c’è più. Forse non c’è mai neppure stata. Forse, quella lei che tu credevi d’amare, non è mai esistita. Era una tua proiezione. Le persone… siamo sempre tutti bravi a parlare quando le cose non ci toccano in prima persona. Tutti, anche io. Anche tu. Da qualche parte dicono che a far il frocio col culo altrui son buoni tutti. Ma quando il culo è tuo?
Devi fartene una ragione, voltar pagina, hai di meglio da fare e non ti puoi permettere di perdere tempo. Probabilmente lei non ti amava più da anni e non riusciva a trovare il coraggio per rompere. Quell’altro è stato solo una scusa, un pretesto, un incidente. Alla fin fine, dovresti pure ringraziarlo, quell’altro che ti ha restituito la tua libertà e svegliato da un sonno che s’era fatto cupo e pesante. Fattene una ragione e vai avanti.
Ed è questo che cerco di fare. Farmene una ragione. Ma non riesco a smettere di cercar di capire, perché sono io che ho vissuto con lei, sono io che non voglio chiudere senza capire, raccontando o raccontandomi fole e menzogne. Accontentandomi.
Il passato, col passato bisogna pur sempre fare i conti per vivere nel presente. Sono io quello che non ha saputo vedere che lei non era più lei. Sono io che non ho voluto andare in fondo alle cose, spingermi dentro le sensazioni, prendere coraggio e affrontare il discorso. Per me quel giuramento era pur sempre valido. Credevo che, fra noi due, avremmo sempre avuto tempo e trovato il modo. Che non ci saremmo lasciati. Di certo non così. Di certo non pensavo che uno avrebbe abbandonato l’altro del tutto. E invece. La vita riserva sempre delle sorprese. Grazie al cielo la vita è sempre piena di sorprese.
Cosa sarebbe una vita senza sorprese?
L’importante è venirne fuori, stare a galla, sopravviverle.
Posso dirglielo in tutta confidenza? La sua ex è proprio una stronza!
Sai che penso? Che sia confusa, che stia annaspando e cerchi di appigliarsi ovunque le capiti, ha tirato fuori le unghie, come i gatti, e fa come i bambini piccoli, si agita e si dimena nel tentativo di sopravvivere a sé stessa, al mondo, agli altri. Dalle tempo. Vuole solo crescere e con te, forse, non ci riusciva.
Lei l’ha protetta troppo. Doveva fare in modo che sbattesse di più contro gli spigoli della vita.
Ogni mattina, mi diceva da anni, si svegliava con il pensiero fisso di morire. Io mi alzavo, facevo il giro del letto, la prendevo fra le braccia e la cullavo. Andavo dabbasso e preparavo la colazione.
Poi, per fortuna, è arrivato lui, l’altro, e lui in tre giorni le ha restituito la voglia di vivere, la fiducia negli altri e in sé stessa. Prima si svegliava con la voglia di morire. Poi con quella di parlare con lui.
Non c’è male.
Aiutami a capire se l’amo.
Come puoi chiedermi una cosa così? Io sono il tuo compagno.
Allora aspettami.
Ma ti rendi conto di quel che mi chiedi? Non sono mica una scarpa.
Nel mio futuro ci sei tu. Voglio che ci sia tu.
E allora fai qualcosa, le dissi, se vuoi che nel tuo futuro io abbia voglia di starci, fai qualcosa, perché tutto quello che stai facendo mi spinge lontano da te.
E mi diceva così anche se era già partita dall’altro. Un fine settimana. A Roma, Roma caput mundi. Mi diceva così anche se con l’altro, in qualche modo, era già fidanzata.
Di cosa ti stupisci? È normale: quando una storia finisce si è confusi, si dicono cose senza senso, si mente e si ferisce senza volontà. Non devi proprio dar peso a quel che ti dice.
È proprio dell’essere umano essere meschino, essere anche meschino. Non negarle di poter essere meschina e codarda. È nella sua natura. Pensa a te stesso. Lei è sempre stata egoista e opportunista. Lo sapevi fin dall’inizio.
È vero, lo sapevo fin dall’inizio. Fin da quel primo regalo che le feci. Un giorno, rientrando a casa, m’ero fermato davanti alla vetrina d’una gioielleria. Avevo visto due orecchini a forma di luna e due a forma di sole. Ma lei non aveva buchi alle orecchie. Entrando, avevo chiesto che mi mostrassero degli anelli, allora. E ne scelsi uno che pagai con tutti i soldi che avevo in tasca. Non era molto ma non avevo di più. Era un anello pieno di scanalature. Tornai a casa quasi senza toccar terra, col fiato in gola e pieno d’orgoglio: quello era più d’un anello, era ilnostro suggello.
Bello, mi disse, ma avrei preferito un paio d’orecchini.
Mi si gelò il sangue e ne morì tutto il mio entusiasmo. Fu l’inizio della nostra prima discussione. Lei pianse e mille lacrime le solcarono il volto, anche io piansi, ma solo dentro di me. Non sapevo che fare. Avevamo detto che ci saremmo potuti dire tutto, che non ci saremmo mai detti bugie. Lei aveva solo voluto essere spontanea. Decisi di crederle.
Dopo un paio di giorni le regalai gli orecchini e lei andò in farmacia perché le facessero i buchi. Tornò contenta. Ma io fin da allora seppi che nel fondo era egoista e opportunista. Come sua madre, che ancora non conoscevo. Ma seppi anche qualcosa di più. Lo era senza saperlo. Senza saperlo del tutto. Lo era senz’accorgersene. Come se qualcosa le fosse dovuto. Come se il mondo o la vita, le dovessero qualcosa.
Non si offenda, ma oltre che ben stronza, la sua ex dev’essere anche una bella manipolatrice ed una bugiarda. Posso chiederle una cosa? Perché mai uno come lei, amerebbe una persona del genere? Trovi una risposta a questa domanda. Solo lei può trovarla, nessuno specialista, nessun amico può saperlo.
Il fatto è che non lo so.
Forse non l’hai mai amata. Né lei ha mai amato te. Avete giocato a fare gli innamorati senza esserlo, a fare la coppia senza esserlo. Il vostro rapporto era un non-rapporto. Interrogati sul tuo star dentro un non-rapporto. Da cosa fuggivi? Da cosa ti difendevi?
A quanto pare, dopo che una storia è finita, chi è stato attorno alla coppia diviene una sorta di profeta al contrario. Tutti profeti del passato. Tutti sapevano o intuivano ma nessuno diceva perché non erano fatti loro.
Del resto le cose capitano perché devono capitare.
Gli amici. Le amiche. Esseri strani gli esseri umani. Come la mia amica che mi da il ben servito per partire a Madrid con lei. O come la sua amica che dopo esser andata a salutarla all’aeroporto all’alba, viene da me e mi racconta. Forse ora ci sarebbe addirittura un altro dell’altro, uno che l’ha ospitata nel suo bedandbreakfast dopo che lei ha bisticciato con la padrona della casa che io le avevo trovato il giorno di ferragosto mentre lei chattava col primo dei due, quello della resurrezione, del ritorno alla vita. Sai, mi dice la sua amica mentre si toglie gli stivali e si stende sul mio divano, sai, quest’altro l’ha aiutata a fare il trasloco nel cuor della notte sotto un diluvio, romantico no? Avevano paura di bisticciare con la padrona di casa, una disgraziata e una ladra. Mentre ascolto, penso alla padrona di casa, alta 1.45, forse sui 40 kg. Dunque l’altro dell’altro è proprio un coraggioso. Stamattina lui l’ha accompagnata all’alba all’aeroporto. Eravamo in cinque. Lei, la tua ex amica, lui e un altro tizio, e poi c’ero io. Così mi diceva quella sera l’amica della mia ex mentre mi invitava a raggiungerla sul divano e cominciavano ad abbracciarci e, poi, baciarci. Siamo stati due ore sul mio divano e poi lei è dovuta andar via perché doveva comprare la uova a sua madre per una torta. Non l’ho più vista, dal giorno. Solo qualche messaggio, giusto per chiederle scusa delle mie effusioni e sentirmi dire che andava bene a patto che certe situazioni non accadessero più.
Ma tutto questo, pare, è normale. A tutte le coppie capita più o meno così. Quando una coppia si separa, ci son sempre gli avvoltoi, i serpenti, le donnole ed uno o più altri. Tutto è funzionale. Tutto e tutti. E non c’è nulla da capire. Inutile ostinarsi. Inutile pensare o ricordare. Bisogna accettare la realtà.
Ma cos’è la realtà?
La realtà, per me, è il suo sorriso quando le ho regalato la prima gonna nera con lo spacco. La realtà, per me, è la sua gioia quando ci siamo visti il 4 di gennaio per andare a vivere assieme e, così ci dicemmo, non separarci mai più. La realtà son le sue lacrime ogni volta che partivo. O il suo stupore muto quando tornai di sorpresa dal Cammino di Santiago. Anche il giorno, lei, si preparava a mangiare lenticchie. Il piatto fumante sul tavolo. La nostra coinquilina mi aprì la porta e rimase senza parole pure lei. Appena la vidi, le presi la mano e andammo nella nostra stanza a fare all’amore per due giorni. Questa è la realtà. Quel piatto di lenticchie che rimase sul tavolo a fumare e marcire perché avevamo di meglio da fare che pensare a mangiare.
Ma allora cos’è successo, poi?
Cos’è accaduto?
Semplice, mi dice la mia analista prima di confessarmi d’essersi presa una cotta per me, arà scoperto d’esser allergica alle lenticchie. O magari non le son mai piaciute. Non trova?
Sarà…
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- Pubblicato:
- gennaio 21, 2009 / 9:53 am
- Categoria:
- racconti
- Etichette:
- amore finito, esplorazioni, fine estate, lenticchie, miraggi, precarietà, sparizione
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