la ragazza
La ragazza mi guarda. Oggi vorrei fare le stesse cose degli altri, mi dice. I suoi occhi sono verdi ma tristi. Oggi vorrei avere tempo, insiste. Tempo, time, tiempo, penso e, mentre lo penso, anagrammo. Time, mite. Come la sua bocca stanca, concludo. Oggi mi piacerebbe andare in giro a far foto. Foto, picture, fotos, granelli di luce rapiti nel vento. Granelli. Vento. Luce. Luce? Light. Luz, penso mentre lei osserva distante. Quella tenda, mi dice, quella tenda su quella finestra, mi fa pensare a quando ero bambina. Durante l’inverno non si vedono tende, qui. Solo d’estate. È il sole. Ma com’era quando eri bambina, le chiedo. La ascolto, le sue parole mi sfiorano la pelle e mi portano lontano, indietro, veloce, scorro il tempo al contrario, sfoglio i ricordi. Ricordi, tempo, tiempo, time, mite, recuerdos. Sfoglio e la ascolto. Non eravamo così. E come eravamo? La sua voce continua ma io sono via, indietro. Lei parla e fuma. Una, due, tre sigarette, e ancora e ancora fino a farmi perdere il conto. Mi soffermo sulle sue unghie che non ci sono. Un ricordo, un recuerdo, il tempo è passato, volato, lontano, come me ora, che sento senza ascoltare, corpo presente. Lei mi guarda, le sue mani senza unghie sono nervose, la sigaretta brucia e consuma, il fumo sale. Ha voglia di parlare, ha voglia di parlare, con me o con un altro, vuole parlare per ricordare a sé stessa com’era il tempo quando il tempo non sembrava passare, quando sembrava che oggi sarebbe stato domani, quando gli aquiloni volavano alti e noi giù a guardarli e sognare. Ha voglia di sapere se anch’io ho i suoi stessi ricordi di girandole al sole, di bolle di sapone colorate, di pomeriggi di corse e cieli d’inverno nel cuore d’agosto. Ha voglia di tornare a quando aveva le unghie e le sue mani si agitavano svelte. I campanelli, per esempio, ci piaceva suonare i campanelli e scappare. Scappare, huir, fuggire. Piedi nudi, strada bollente e polvere fitta. Com’era quando noi eravamo bambini. La bicicletta, la fuga di casa, i compiti fatti a metà, il tuffo furtivo nella cascata gelata, la campagna nelle narici. Le sgridate di mamma, i bisticci barbini e a volte le botte. Ci piaceva scappare. Forse. O almeno fare come fosse così. Però sapevamo di essere bambini, mi dice. E mi colpisce. Sì, lo sapevamo, rispondo ancora distratto mentre comincio il rientro dal mio viaggio nel tempo. Sono di nuovo con lei, di nuovo seduto. Il fumo si leva lento dalle sue dita. Dita senza unghie. Che ore sono, mi chiede. Quasi le sei. Tra poco devo andare, dice. Il lavoro, precisa timida quasi volesse chiedermi scusa. Vorrei avere più tempo, vorrei avere tutto il tempo che non ho, mi presti l’accendino. Ancora fumo. Bianco, lento, tempo, assenza. Assenza di tempo. Mi allungo in avanti, la faccio accendere. Sfioro il tavolo col gomito. Balla. Un tavolo zoppo. Sono incerto, adesso. Mi sento malfermo. È quasi ora, ripete dopo due tiri. Una mentina, mi chiede. No grazie, ed indico i denti dietro le labbra. A me invece piace solo la parte di fuori, il resto lo sputo via. È bionda. Ha le lentiggini, mi guarda e parla. Vuole ricordare, vuole conoscere, vuole sapere. È tardi, mi dice. Però non va, non si alza. Non ancora. Mi guarda e mi chiede di accenderne un’altra, l’ultima. Devo ancora cambiarmi, devo mettere la camicia, mi dice. La sua camicia è gialla, come il mio ricordo di quando ero bambino, come il ricordo di quando spiavo mia zia chiusa nel bagno. Giallo, amarillo, yellow. Giallo come il sottomarino, come le stelle nel fondo del mare, come il girasole. Le sue mani senza unghie sono nervose. Le sue giovani palpebre stanche. Appena rientrata deve riandare. Quasi non faccio a tempo a smontare. Il tempo di una doccia e di nuovo a lavoro. Ma oggi non ne ha voglia. Oggi vorrebbe avere più tempo. Vorrebbe che il tempo, il suo tempo, fosse suo. Ancora un’altra e poi vado, prometto, dice rivolta a sé stessa. Camicia gialla, calzoni e grembiule neri. Sono quasi e mezza. L’ultima e poi basta. Vorrei avere più tempo, vorrei andare in giro a far foto, magari a Settembre, quando non lavoro, un giorno di luce buona. È da tanto che non vado. Vorrei avere più tempo, ripete recitando il suo mantra. Tempo, time, mite, temi. Vorrei. Sono e mezza, si alza chiedendomi ancora di accendere e va. Deve mettersi ancora la camicia e il grembiule, non i pantoloni che al contrario delle unghie ormai fanno parte di lei. Da lontano si volge, un piccolo sguardo, un filo di fumo bianco, come il tempo dei ricordi persi nel tempo, come il fiore che raccoglievo quando ero bambino e sapevo di esserlo, come il suono delle ossa che andavo a spiare al camposanto da una finestrella al crepuscolo. Bianco come il cuore di chi, osservando il tempo passare, rimane là, fermo, zitto e senza far nulla, neppure esercitare il proprio diritto al ricordo. Camicia gialla, pantaloni neri, occhi stanchi e dita nude. Cameriera, donna, e un tempo bambina. Ancora un’altra e poi vado anch’io, mi dico. Ancora un’altra. Un’altra soltanto. Ora vado. È tempo.
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- Pubblicato:
- gennaio 13, 2009 / 6:22 pm
- Categoria:
- racconti
- Etichette:
- esplorazioni, fine estate, precarietà
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